martedì 29 maggio 2012

Siamo stati derubati!


A 12 anni il mio problema maggiore era la scelta della carta giusta per gli scartoccetti della cerbottana o la colletta tra gli amici del quartiere per comprare un "Tango",  che il SuperTele, calciato di collo pieno, si avventava troppo. Questa ragazzina canadese, invece, in 5 minuti demolisce il sistema capestro delle banche, raccontando con una chiarezza disarmante tutti gli sbagli del nostro colto Occidente liberista ed indicando anche la via di fuga da una situazione che ci strozza giorno dopo giorno. La biondina picchia duro, individua responsabilità e detta soluzioni. Posto il video e, per i più pigri, la traduzione del discorso in basso... Le riflessioni sono tutte gratuite, doverose e assolutamente improcrastinabili...
Vi siete mai chiesti perché il Canada è indebitato? Vi siete mai chiesti perché il governo impone ai canadesi così tante tasse ? Vi siete mai chiesti perché i banchieri delle più grosse banche canadesi siano sempre più ricchi ed il resto di noi no? Vi siete mai chiesti perché il nostro debito nazionale supera gli 800 miliardi di dollari e perché noi spendiamo 160 milioni di dollari ogni giorno a banchieri privati per soli interessi sul debito nazionale? Sono 60 miliardi di dollari l’anno. Vi siete mai chiesti il perché di questi 60 miliardi di dollari? Le banche ed i governi sono collusi nello schiavizzare economicamente la gente del Canada. Vi darò ora delle informazioni che saranno di vostro interesse e di stimolo per continuare le ricerche per conto vostro e per invitare il nostro governo a fermare questa rapina del popolo del Canada. Per prima cosa vedremo la Banca del Canada. Poi come funziona il sistema bancario oggi. E poi vi descriverò una soluzione che potremo pretendere che sia realizzata dal nostro governo. Una grande figura nella storia canadese è Gerald McGeen, membro del parlamento, il suo contributo al Canada è probabilmente il più grande dato alla storia canadese. Egli contribuì alla fondazione della National Bank of Canada (Banca Nazionale Canadese, proprietà del Canada) col potere di emettere moneta, il cui unico scopo era quello di creare e gestire il denaro del Canada. Fu fondata nel luglio 1934 ed è di proprietà di tutti i canadesi. Fino agli anni ’70, grazie alla Banca del Canada, il debito nazionale canadese era ad un livello basso e gestibile. Allora il governo decise di passare al sistema bancario che abbiamo ora e che deruba la gente del Canada. Dunque, permettetemi di spiegare come funziona il vigente sistema bancario privato. Prima di tutto, il Governo canadese prende in prestito il denaro da banche private. Queste banche prestano il denaro al governo canadese gravato da un interesse. Il governo quindi deve alzare la tassazione ai canadesi anno dopo anno, per pagare questi interessi sul debito nazionale che continua a cresce:  questo danneggia l’economia canadese ed il denaro reale finisce nelle tasche dei banchieri privati. Inoltre, il governo dà alle banche private anche la libertà di fornire del denaro che non esiste, sotto di prestiti e mutui. Quando una banca vi fa un prestito, sotto forma di finanziamento o mutuo, non vi dà del denaro reale ma preme un tasto su di un computer e produce del finto denaro, dell’aria fritta. Di fatto non hanno quel denaro nei loro depositi. Attualmente le banche hanno 4 miliardi di dollari in riserva, ma hanno fatto prestiti per oltre 1,5 trilioni di dollari, ogni volta che una banca emette un prestito, viene creato del nuovo (inesistente) denaro. Praticamente, tutto il denaro che esce da una banca esce sotto forma di prestito, ed il prestito è un denaro che nel sistema attuale è gravato dal debito costituito dagli interessi. Attualmente tutto il denaro in circolazione è denaro gravato dal debito. Quello che trovo interessante è che (nella Bibbia, Matteo 21), Gesù scacciò i cambiavalute dal Tempio perché avevano messo a punto le valute per derubare la gente del denaro. I banchieri privati sono come i cambiavalute in Matteo 21 e stanno impoverendo e derubando la gente del Canada e devono essere fermati. Come dovrebbe funzionare il sistema bancario? In una famosa intervista il signor McGeer chiese al signor Towers di spiegargli perché un governo che ha una sua banca avrebbe dovuto delegare il proprio potere ad un monopolio privato, quando gli interessi che deve pagare lo portano alla bancarotta nazionale. Il signor Towers rispose che dipendeva dalla scelta del Governo. In altre parole: se il Governo canadese ha bisogno di denaro, lo potrebbe prendere direttamente dalla Banca del Canada, la gente pagherebbe per ripagare la Banca del Canada e questo denaro, proveniente dalle tasse, sarebbe a sua volta immesso in una infrastruttura economica e non farebbe crescere il debito ed i canadesi potrebbero nuovamente prosperare con quel denaro reale ­ e non denaro gravato da debito ­ quale base della propria struttura economica. Invece che a banche private, del tipo della Royal Bank, il Canada potrebbe far emettere denaro dalla Banca del Canada. Abbiamo il potere per farlo. Concludendo, è diventato dolorosamente ovvio, anche per me, una ragazzina canadese dodicenne, che siamo stati derubati e defraudati dal sistema bancario e da un governo complice. Cosa dobbiamo fare per fermare questo crimine? Cosa dovremo fare per assicurarci che la prossima generazione sia salva da un’economia basata su falso denaro che rende schiavi delle banche? É bene che nessuno si dimentichi che è la gente che può cambiare il mondo e credo questa sia l’unica cosa che conta.
Victoria Grant 

mercoledì 25 aprile 2012

FERE IN B

25 aprile 2012, festa della Liberazione che a Terni in tanti ricorderanno per sempre: le FERE centrano una storica promozione in serie B (primi dal 21 ottobre) con una secca doppietta di Sinigallia: 2 a zero e tutti a casa. Solo l'hanno scorso la degradante retrocessione in serie C2 ad opera dei cugini del Foligno (che quest'anno se ne tornano mestamente da ultimi della classe nella serie inferiore con un distacco da vertigini). Poi il ripescaggio, un lavoro silenzioso durante l'estate, e la creazione di una squadra, a partire dall'ottimo allenatore Mimmo Toscano, in grado di stravincere il campionato ma soprattutto capace di riportare l'entusiasmo tra gli sportivi, dopo 7 anni di umiliazioni e sofferenze. Tanti, come me, oggi al Liberati erano commossi...ma le lacrime di gioia di Daniela valgono  tutti gli anni di purgatorio scontati fino a questo caldo mercoledì di aprile. Qualcuno dirà: "E' solo calcio". Vero, ma che grande soddisfazione!
Oggi si festeggia...perchè L'UMBRIA E' SOLO ROSSO-VERDE. Stasera pure RAI 3 Sport sarà costretta a fare un servizio...e magari lo gnocco, dalla bocca, gli scivolerà dritto in gola!




venerdì 16 marzo 2012

16 marzo 1978: io non dimentico!

In una fanciullezza spensierata sono poche le immagini aspre ed i momenti tesi che ricordo...Avevo più o meno la tua età Tommaso. Papà mi viene a prendere all'asilo e capisco subito che c'è qualcosa di strano: non lo faceva mai.
Papà è teso, lo vedo parlare a bassa voce con mamma mentre scendo veloce le scale del Leonino, sguardi fugaci e un'espressione che non è la sua; mi guarda negli occhi, mi accarezza la testa e mi gela subito il sorriso sulla faccia.
Saliamo in silenzio in macchina, non capisco ma mi adeguo al silenzio. La radio gracchia di blocchi stradali e caccia all'uomo: non sembra uno di quegli sceneggiati che nonno ascolta la domenica mattina, mentre si fa la barba.
A pranzo si guarda il telegiornale di rai uno, come sempre, tranne quelle rare volte che i giornalisti fanno sciopero e noi piccoli...festa. Il bianco e nero mi salva dal sangue sul selciato, qualcuno ha buttato dei lenzuoli a terra e quella mattina è stata la prima ed unica volta che ho visto mio padre con gli occhi lucidi di rabbia e paura, fissare lo schermo senza riuscire a dire niente.
Da via Fani in poi la nostra vita in Italia non è stata più la stessa e nello studio di papà, che mai aveva parlato di politica a casa, dopo pochi giorni è comparsa una cornice marrone con dentro la foto di un uomo brizzolato dallo sguardo dolce e fermo.
La foto sta ancora lì ed io...non dimentico!

domenica 11 marzo 2012

Corri Tommy, corri...

Domenica di emozioni... Sono appena tornato con Daniela dal Libero Liberati dove le Fere hanno liquidato un inconsistente Avellino e gelato il Taranto a meno 7. Ma l'emozione più forte l'ho vissuta stamattina, durante la maratonina di San Valentino, quella rimandata per neve: 11 km di corsa per le vie della città che ho bruciato in meno di 50 minuti, anche se ero partito per andare pian pianino. Oggi è venuto Tommaso, mi ha seguito per tutto il percorso in bicicletta, fiero e sorridente come si conviene ad un bambino curioso che ama lo sport e l'attività all'aria aperta.
E poco importa se l'ho dovuto un pò spingere sulla salita di San Valentino ed oltre (che sennò a che serve tutto l'allenamento che mi ciuccio da settembre...). Ma che soddisfazione poter correre e parlare con mio figlio. - Papà, dai che quello lo superiamo. Dai papà che li abbiamo staccati. Forza papà, che la salita è finita. Come corri papà...- Non mi vergogno: un paio di volte ho dovuto girare lo sguardo, che sentivo un groppo salire in gola. Mi pare ieri che l'ho portato via dall'ospedale, così piccolo e fragile che avevo paura di romperlo solo a prenderlo fra le braccia. Tante volte ho rincorso gioie impossibili ed effimere: ecco, oggi, al traguardo, sono stato un uomo felice; durante il giro in pista, con lui che mi guardava e sorrideva, avrei potuto correre fino alla luna. Corri Tommy, corri più che puoi, non mollare, non dargliela vinta mai...e se in salita proprio non ce la dovessi fare, non preoccuparti: ti spingo io, che tanto mi alleno duro per questo.

domenica 4 marzo 2012

La freccia della Conca

Ecco la freccia della Conca...slalomeggia tra le porte col piglio consumato di chi sembra non aver fatto altro nella vita. Lo speaker annuncia: "pista libera per CIUPILEI TOMASO" ed io già rido.
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Come sempre è il più piccolo ed a quell'età 2 anni si sentono, ma la grinta è quella giusta. Tutto il resto, fisico incluso, è della mamma; ma la tigna è tutta la mia ed è un regalo della Conca, che questa nostra è terra di tigna, si sa. Tommaso è nato per fare sport; lo trattengo a stento, ma il DNA non si inganna... Quando lo vedo sciare tra i paletti e lasciare indietro tutti i nordici (tedeschi ed austriaci inclusi) mi viene tanto da ridere: nascere è un caso, mi diceva sempre mio nonno... E vedere un figlio della Conca che tutte le volte arriva primo mi fa tanto ridere. Intendiamoci: non è orgoglio paterno: è proprio la boria del terrone che, con lo slang ternifero, strilla DAJE e li lascia al palo! I genitori crucchi ingoiano a stento, le vedo le smorfie delle mamme bionde e firmate o dei papà, fasciati stretti stretti nelle tute iper tecnologiche; inorridiscono nel sentire la cadenza, qualcuno si arrischia pure a chiedere dove sia Terni, i più sfacciati, sulla targa, si ingegnano di leggere Trento... Ed io rido tanto, nel modo più sfacciato che conosco e più le facce degli algidi genitori si irrigidiscono, più rido...che a stracciarli a casa loro, nello sport che fanno da quando camminano, c'ha un gusto raro. E strillo forte, ogni volta che, disincantato e leggero, sale sul podio più alto, alza la coppetta, mi guarda e fa l'occhiolino...Che lo sappiano bene che a macinarli è stato un fiero figlio della Conca: DAJE TOMMASO !!!
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venerdì 24 febbraio 2012

RIALZIAMO LA TESTA

Con Stefano, detto Zatopeck, ci corro dal 24 di settembre. La ricordo bene quella calda mattina, ci siamo incontrati davanti alla Vittorio Veneto, entrambi ad accompagnare rispettivamente il mio Tommaso e la sua Beatrice, nella stessa classe, la prima A, ed entrambi in tuta: pronti per farci una corsetta alla Passeggiata. Quella mattina siamo andati insieme e da quel giorno, girando come criceti e scommettendo su quanti mesi sarebbero serviti al prode Bencivenga a rimettere i giochi dei bambini nel parco, non abbiamo più smesso di correre insieme, macinando almeno un migliaio di chilometri e partecipando a tutte le gare che potevamo, fino a tagliare il traguardo della maratona di San Valentino e rimettendo a poco a poco le nostre vite convulse in equilibrio. In tutte quelle ore di allenamento rubate al lavoro ed alla famiglia, parliamo molto ed è perfino ovvio, parliamo di Terni, di com'era di com'è e di come potrebbe e vorremmo che fosse. Il filo conduttore è sempre lo stesso: due ex ragazzi che amano la città e che, ognuno nel suo rispettivo campo, ce la mette tutta per dare una scossa...se non altro per rispetto ai nostri piccoli che crescono in una città che sembra aver ripiegato la testa. Fra tutti gli argomenti, capita di scivolare sulle Fere, soprattutto da quando, dopo anni di calvario, si può assistere ad una partita uscendo dallo stadio sereni e soddisfatti... Ecco, in occasione del big match di domani col Taranto, fra tutte le parole che avevo in testa e che ho sentito, il suo pezzo sulla Nazione è quello che più ci rappresenta. Poche righe che posto per intero, ed il buon Zatopeck non me ne vorrà se, da corridore veloce ed instancabile, lo inserisco soltanto nella rubrica degli "ospiti in cammino..." Ha proprio ragione quando scrive nel titolo: questa Comunità ha voglia di rialzare la testa; la Ternana lo ha capito: altri ne seguano finalmente l'esempio.
La TERNANA sia l’esempio che una volta caduti si può sempre rialzarsi. E’ di rialzarsi questa città ha assoluto bisogno, ovviamente non solo nel calcio. Solo pochi mesi fa le Fere, reduci da dolorosi anni di mediocrità sportiva e pressappochismo gestionale, consumavano il «delitto» della retrocessione al cospetto del giovane e volenteroso Foligno, rifilando l’ennesima mazzata ad una tifoseria, e ad una comunità, già in ginocchio. Sembra passato un secolo, era il maggio scorso. Oggi con impegno, dedizione e sacrifici dell’intero staff rossoverde, dalle scrivanie al campo per intenderci, la città ha riconquistato con un colpo solo due cose importanti: la Ternana e un profilo d’identità. Non è limitativo pensare, infatti, che una squadra di calcio possa favorire lo sviluppo del comune sentire di una collettività. Di certo non a Terni, dove le Fere per decenni hanno rappresentato quel comun denominatore sociale di esperienze, gioie, racconti, aneddoti, passione e, perchè no, delusioni, anche cocenti. Ma tutte vissute «insieme». Che la Ternana sia un collante di questa città, resa troppo spesso dormiente da mancanza d’iniziative, poca lungimiranza e interessucci di bottega, emerge chiaramente in questi giorni, in cui il richiamo del rossoverde è tornato ai fasti di un tempo, decisamente lontano ma sempre affascinante. E se la Ternana è riuscita, nel calcio, a far rialzare la testa ai tanti che, comprensibilmente, l’avevano relegata sotto la sabbia, perchè non prenderla ad esempio in tanti altri settori? Perchè non coinvolgere l’intera comunità in iniziative culturali di massa, da sempre veicolo di sviluppo, tralasciando finalmente le cerchie elitarie o presunte tali? Perché non rendere partecipe la collettività di un progetto di rinascita della città che cavalchi certo l’economia e l’industria, ma anche lo spettacolo, l’intrattenimento, il cinema, il teatro e chi più ne ha più ne metta? Tifare Ternana, del resto, è anche una forma di espressione. E i ternani hanno bisogno e vogliono esprimersi, essere coinvolti, partecipare, valutare, sentirsi al centro di un progetto comune di sviluppo. Sono stufi di restare alla finestra. La Ternana, e non altri, sta dando loro questa possibilità.
Sfocati ma felici al GO: uno spensierato giretto di birre con tanto di bandiera storica
(io, tra Gian Luca, autore del libro "Il gioco è bello quando è corto" e Stefano)

martedì 14 febbraio 2012

San Valentino vegli su di noi.

Questa è l'omelia del Vescovo Paglia, pronunciata in occasione della messa solenne nel giorno di San Valentino. La pubblico integralmente, soprattutto per quelli che tendono ad infastidirsi, quasi a vivere le parole del Presule come una sorta di "invasione di campo". Credo ci siano importanti spunti di riflessione, soprattutto perchè, come ho già avuto modo di commentare altre volte, non c'è niente di più autenticamente laico del pensiero di chi ama la nostra Terni in questo modo così forte, pieno, consapevole e responsabile...

La festa di San Valentino è sempre un’occasione propizia per raccoglierci assieme e invocare anzitutto la benedizione di Dio sull’intera città di Terni. San Valentino ne è come l’angelo mandato da Dio. Terni ne ha bisogno, oggi soprattutto. Ci troviamo infatti di fronte ad un altro passaggio cruciale per il nostro futuro. E dobbiamo affrontarlo senza lasciarci prendere dalla rassegnazione e dal ripiegamento su noi stessi. E’ invece urgente avere più tensione spirituale, più intelligenza, più passione e più generosità. Ma questo richiede che vengano messe in discussione molte delle scelte di questi ultimi anni e affrettarci verso nuovi orizzonti. Il Vangelo ci parla del buon pastore: egli conosce le pecore, le porta verso un pascolo erboso, le difende dagli attacchi dei lupi e spende la sua vita per esse, per ciascuna di esse, al punto da lasciare le novantanove se deve trovare la centesima smarrita. E’ ciò di cui Terni ha bisogno. E il Vangelo mette in guardia da uno spirito mercenario che porta a pensare a se stessi senza tener conto delle pecore. Il mercenario non esita ad abbandonarle se deve accaparrare per sé. Mi chiedo se non dobbiamo riscoprire nuove passioni; avere nuove visioni; elaborare nuove scelte politiche; mettere in atto più attente e generose prassi amministrative. L’inerzia si avvicina ad uno spirito mercenario. Così pure, ad esempio, se mettiamo in campo idee improvvisate o se riproponiamo progetti già falliti. Deve crescere in noi un amore più robusto per la città.

E’ una scelta sia spirituale, del cuore, che culturale, della mente. Sarebbe irresponsabile restare con gli occhi chiusi di fronte disagio di tanti, soprattutto dei giovani che spesso appaiono come pecore senza pastore. I tempi non sono facili; sono anzi molto difficili. E tuttavia qualche opportunità non manca. Penso, per fare un solo esempio, al polo chimico e alle sue potenzialità. Ma quanta tristezza nel constatare lentezze e mancanza di coordinamento! E il tempo non lavora per noi. E’ urgente non dilazionare. Meglio allora una generosità che straborda che una litigiosità che rallenta. E la nuova situazione delle Acciaierie richiede pensosità e solidarietà davvero d’acciaio. Per questo, cari amici, insisto sulla necessità di avere più generosità e più intelligenza o, se volete, un amore più generoso e attento per la città. Per fare un esempio: non ameremmo certo Terni se attribuissimo solo ad altri - alla crisi finanziaria, alla crisi economica, alle decisioni dei governi e delle grandi imprese multinazionali - la responsabilità per la cruciale situazione in cui versa. Certo, non tutto dipende da noi ma alcuni nostri ritardi pesano non poco. Penso alla difficoltà con cui si prende congedo da un modo vecchio ed ideologico di leggere la storia della città; penso ai ritardi e alle lentezze con cui si reagisce da parte delle amministrazioni pubbliche agli stimoli e alle urgenze poste dal mondo dell’economia e della produzione; penso alla percezione di un sempre più diffuso atteggiamento remissivo, direi quasi di subalternità che pervade molti dei gruppi dirigenti della città. C’è bisogno di più generosità e di più cultura soprattutto da parte dei gruppi dirigenti.
E permettete che fermi un poco l’attenzione proprio su quest’ultimo punto. La questione dei gruppi dirigenti di tutte le sfere sociali della città, infatti, mi pare essenziale se vogliamo assicurare la crescita e la ripresa di Terni. Lo abbiamo già sottolineato in altre occasioni: senza gruppi dirigenti forti, autorevoli, espressione di sfere sociali della città altrettanto forti ed autonome, non si apre lo spazio per una ripresa della città, quello spazio che consente a Terni di mantenere le potenzialità e l’autorevolezza di una città consapevole del proprio passato e aperta alle sfide del futuro. Se per un verso la città è ciò che tutti insieme riusciamo a costruire è anche vero che la funzione dei suoi gruppi dirigenti è essenziale per individuare i traguardi, per dare un senso al raggiungimento di questi traguardi, per rinforzare l’identità della città, per motivare l’impegno di tutti. E’ invece percepibile la sensazione diffusa di una perdita di forza che porta a conservare stancamente uno spirito di subalternità piuttosto che di autonomia, a solidificare un atteggiamento di miope diffidenza nei confronti della logica dell’apertura e della competizione. Non ci si rinnova scegliendo una scontata cooptazione piuttosto che una salutare competizione.
Rispetto al passato recente dobbiamo anche prendere atto di un’ulteriore trasformazione che sembra attraversare la città. Alla tradizionale presenza pervasiva dei gruppi dirigenti della politica - che contrasta comunque con quella visione aperta e poliarchica di città che abbiamo più volte richiamato come propria di una visione cristianamente ispirata - si va affiancando un processo in parte diverso, nel quale la politica perde progressivamente terreno e si rinchiude nella difesa degli interessi degli addetti ai lavori. Sì, la politica si è abbassata troppo, mentre è indispensabile che acquisisca una qualità più alta, pena un indebolimento cronico della città e la fine delle sue possibilità di rinnovamento. Subalternità e chiusura impediscono alla politica di svolgere il proprio servizio alla città, rendono il futuro di Terni sempre più dipendente da decisioni che la città subisce senza contribuire a costruire. Benedetto XVI ha invocato per i cristiani l’avvento di una nuova generazione di laici impegnati in politica. Dobbiamo chiederlo anche per Terni e non solo per i cristiani. Un cambio generazionale appare sempre più ineludibile. E’ vero che la generazione non è fatta semplicemente dall’anagrafe, o dal tempo esteriore o dalla semplice coincidenza cronologica, quanto da un tempo interiore, da un’appartenenza, da una memoria. Tempo interiore, appartenenza, memoria con cui dunque anche gli uomini e le donne di questa città hanno pensato e continuano a pensare agli interrogativi e alle sfide che attendono il futuro di Terni. Ad uno sguardo attento appare però sempre più evidente come un’intera generazione si stia avvicinando alla conclusione del suo periodo di responsabilità pubblica. I contenuti della sua memoria, i suoi gesti, le sue emozioni sono parte importante della storia della città. Ma possono ancora garantirne il cambiamento? D’altra parte se è vero che non è l’anagrafe a fare la generazione è anche vero che, nel ciclo della vita, ogni generazione “anagrafica” elabora un suo ruolo peculiare, intesse con gli avvenimenti del suo tempo un dialogo del tutto speciale, fatto di elementi ricorrenti e di novità. Gli elementi ricorrenti sono quelli propri del tempo anagrafico, le novità sono quelle proprie del tempo storico. E’ un insegnamento che anche la Scrittura ci consegna. Basti pensare a Pietro nella sua predica di Pentecoste (At 2,17). Riprendendo il profeta Gioele, l’apostolo evoca una specifica vocazione profetica per le generazioni più giovani, direi quasi un loro ruolo critico. Mentre per le generazioni di mezzo, quelle che hanno in mano le decisioni fondamentali per il destino della città, quelle che hanno il dovere di ideare e realizzare progetti, parla della capacità di costruire visioni, qualcosa cioè che sia in grado motivare il cammino ai più giovani e di fornire un senso all’impegno di tutti. Ecco il compito delle classi dirigenti. Esse sono al servizio della città quando riescono a costruire istituzioni, modi di comportamento, regole, che sono capaci di afferrare il cambiamento e di accompagnarlo. E per far questo abbiamo bisogno dello sguardo del Vangelo, dell’abitudine alla libertà, di attuare relazioni autentiche costruite nella verità e che siano di coesione e non di divisione. Una coesione che nasce dalla maturità, dall’autonomia, dalla capacità di elaborazione che libera da un atteggiamento di subalternità che indebolisce l’ideazione e la realizzazione delle risposte concrete ai problemi della città.
Dobbiamo sollecitare l’impegno per un’alleanza tra tutte le componenti vitali della città per riprogettare il suo futuro. Ben vengano quindi il colloquio, il dialogo, la collaborazione. Ben venga un pensiero strategico e non di breve periodo. Ma questo richiede anche una fase di grande rinnovamento dei suoi gruppi dirigenti. Insisto su questo tema perché se guardiamo le dinamiche con le quali le città affrontano e vincono la sfida contro il ripiegamento e il declino, ci accorgiamo che un posto essenziale spetta ai loro gruppi dirigenti, qualunque sia il contesto esterno, qualunque sia la congiuntura economica nazionale o internazionale. Le città sono il cuore dei grandi processi di cambiamento globale e i loro gruppi dirigenti sono il movimento primario di questi processi. Ecco perché senza un adeguato rinnovamento Terni rischia un periodo molto difficile, segnato dalla sua spersonalizzazione come città, e aggrappato alla speranza che altri crescano anche per nostro conto. Non possiamo pensare in questo modo il futuro di questa nostra città. Il rinnovamento dei gruppi dirigenti e l’affacciarsi di una nuova generazione di laici cristiani o comunque di uomini di buona volontà impegnati per la città sono essenziali.
Si potrebbe dire che è stato così anche per la Chiesa nella grande stagione conciliare. Fu un tempo di straordinario rinnovamento, reso possibile da un maturo, equilibrato ed esteso processo di cambiamento anche generazionale nel quale hanno trovato spazio la revisione critica, la riforma, il governo e il sogno. Quest’anno ricordiamo i cinquanta anni dell’apertura del Vaticano II. Mi auguro che la nostra Chiesa diocesana possa rivivere quella straordinaria primavera conciliare. Sento particolarmente vicine a noi, alla nostra Chiesa diocesana, le parole che Giovanni XXIII pronunciò quasi come suo testamento: “Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e ovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica. Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio… E’ giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, ricoglierne l’opportunità e di guardare lontano”. Così Giovanni XXIII. Su questa scia, su quella di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, come pure di Benedetto XVI, vogliamo continuare anche noi. Il Concilio ci invita a comprendere meglio il Vangelo e a cogliere i “segni dei tempi”. In questo modo ritroveremo la forza e l’audacia per costruire un futuro nuovo per la nostra città. Preghiamo oggi il Signore per Terni. Preghiamo per i suoi figli più anziani perché possano vedere una nuova primavera per essa; preghiamo per noi, figli più adulti di questa città, perché possiamo essere più generosi sulla via della giustizia e dell’amore per tutti; preghiamo per i figli più giovani di Terni perché possano sperare in un futuro più sereno e possibilmente tra noi; preghiamo per i nostri bambini perché possano vedere una città migliore di quella di oggi. E San Valentino, angelo di Terni, vegli su di noi e su tutta la città, sul suo oggi e sul suo domani. Amen.